Racconti dal campo – Minuzzo

Grazie ad ASIA ho avuto la possibilità unica di vivere e di lavorare in Tibet per dieci anni, dal 1996 al 2007. L’impatto è stato molto forte perché improvvisamente mi sono trovato a vivere e a lavorare in un villaggio molto piccolo, Dzamthog, a una settimana di distanza dalla prima città degna di questo nome. Un posto assurdo visto dalla nostra prospettiva.
A livello personale è stata un’esperienza molto interessante. Non ho avuto particolari difficoltà ad ambientarmi al freddo (il clima è molto secco e non senti il freddo come puoi sentirlo qui), né al cibo. In fondo, la vita agreste che avevo condotto fino ad allora mi ha anche aiutato a resistere alla solitudine, in un luogo dove nessuno parla la tua lingua e la sera non hai niente da fare.Minuzzo

Più difficile è stato inserirsi in un ambiente sociale e culturale con valori, costumi, tempi, molto differenti dai nostri, nel quale le tue abitudini ed esigenze di lavoro non corrispondono a quelle del contesto in cui operi. Noi siamo abituati che tutto deve essere funzionale, che il progetto deve essere attuato con una certa velocità, invece quando arrivi lì queste cose non valgono più e devi cercare di adeguare il tuo modo di fare alla realtà che incontri. Ma non puoi nemmeno calmarti troppo perché allo stesso tempo devi rispondere alle esigenze dell’organizzazione che ti ha inviato e che si aspetta risultati e l’avanzamento costante del progetto.

Per fortuna a Dzamthog ho avuto la possibilità di lavorare con la dottoressa Puntsok Wangmo, referente locale del progetto, persona molto esperta e capace, nativa di quella zona. Il suo sostegno è stato fondamentale, senza di lei sarebbe stato tutto molto più difficile.

L’intervento che ho seguito come logista è stato il primo progetto di cooperazione internazionale promosso da ASIA, e uno dei primi in assoluto promossi da un’organizzazione internazionale nella regione del Kham. Era stato pensato senza un reale studio di fattibilità, anche a causa delle forti restrizioni alla circolazione e alla difficoltà di ottenere i permessi per le missioni, e quindi scontava tutti i limiti dei progetti studiati a tavolino in un paese occidentale. In particolare è stato difficile adattare la componente sanitaria – che per i donatori occidentali prevede una serie di standard minimi – a un contesto nel quale mancavano l’acqua corrente e – l’elettricità. Abbiamo dovuto gestirlo apportando piano piano le modifiche necessarie, cercando di equilibrare le esigenze locali con le richieste dei donatori.

Un aspetto innovativo del progetto è stata l’integrazione, soprattutto per la parte sanitaria, tra la medicina occidentale e quella tibetana, gestita bene dagli operatori italiani e dalla dottoressa Puntsok Wangmo. Anche per questo l’ospedale in poco tempo è diventato molto conosciuto, c’era gente che veniva e si accampava due o tre mesi in attesa di poter essere assistita. Questo da una parte era positivo, dall’altra ha creato problemi con le autorità sanitarie, perché la nostra struttura funzionava troppo bene rispetto al sistema sanitario locale, e la cosa non era ben vista. In ogni caso tutte queste dinamiche state molto utili in seguito ad ASIA per disegnare gli interventi in maniera diversa e più concreta, più rispondenti alle realtà e ai bisogni locali.

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