Racconti dal campo – Ruscelli

Racconto di Maurizio Ruscelli, medico e cooperante per ASIA.

Del Tibet sapevo ben poco, conoscenza basata soprattutto sulla cinematografia (film come Kundun, Sette anni in Tibet). Sapevo che faceva freddo e mi sembrava alquanto ironico che la chiamata per questo progetto di ASIA mi giungesse in estate, mentre lavoravo sotto il sole della California.
Dopo un volo internazionale e due voli interni, io e Paolo (caro amico e medico che ci ha lasciati prematuramente) arriviamo finalmente a Chamdo (considerato l’aeroporto più alto del mondo a 4.334 metri) dove incontriamo il team di Asia: Tsomo medico tradizionale e Giorgio logista che ci accolgono con le famose kata, le sciarpe bianche consegnate agli ospiti che vogliono onorare.

Quindi ci dirigiamo verso l’hotel per la notte, prima di intraprendere la strada per il villaggio di Gamtog dove Asia ha DSCF0039costruito l’ospedale.
Durante questo viaggio di 12 ore e nonostante il mal di montagna che si fa sentire, non voglio perdere una “briciola di emozione” di tutto ciò che scorre intorno a me: i primi yak, le prime tende di nomadi, i monaci con i loro abiti tradizionali, la profondità delle vallate e l’altezza delle colline e delle montagne.

Malgrado l’imperiosità di questo panorama ho appreso in seguito che questa bellezza ha un prezzo. A questa altitudine, la coltivazione è molto difficile. La popolazione non ha accesso a varietà di cibo causando molte deficienze e problemi nutrizionali, specie nei bambini. I loro alimenti si basano principalmente sulla tsampa (farina di orzo e burro), yogurt, pane, carne secca di yak. Pochissime verdure e frutta. Inoltre, le condizioni igieniche sono deplorevoli. I tibetani sono propensi ad invecchiare prematuramente: la loro pelle è arrossata dal sole, soffrono di reumatismi, problemi digestivi, malattie cardiovascolari gravi. E nonostante queste difficili condizioni di vita, i tibetani sorridono sempre , sono generosi e ti aprono le loro porte con calda accoglienza! Una grande lezione di vita per tutti noi che abbiamo tendenza ad esagerare i nostri “disagi” quotidiani.

L’ospedale di Gamtog è sempre pieno. La maggior parte sono nomadi e hanno intrapreso un lungo viaggio per essere visitati. Arrivano a piedi, su un motorino in tre o intasati dentro le macchine. Attendono tutto il giorno nel prato antistante la clinica a sorseggiare il thè al burro e mangiare tsampa o seduti sulle panche installate nel corridoio dell’ospedale. Sono sorpreso dalla loro curiosità nei miei confronti. La barriera linguistica e le due culture così diverse danno vita spesso a situazioni molto divertenti . Il voler entrare nella mia stanza in gruppi di 3/4 persone per essere visitati, non curanti della presenza di donne, per il timore di perdere il proprio turno oppure uscire dalla stanza inchinandosi e camminando all’indietro per non doverti mai voltare le spalle. Che lezione di rispetto e di gratitudine!

Questa terra, grandiosa, intima, ostile, mistica, mi ha assorbito totalmente e mi ha imposto una vera umiltà. In queste condizioni, le sfide quotidiane che gli operatori espatriati devono sostenere sono immense e l’azione di ASIA ha tutto il suo senso. Una goccia d’acqua che, dopo tanti anni di presenza, è stata in grado di creare un legame di fiducia. Una goccia d’acqua che rinforza questa relazione ogni anno di più con la gente del posto. Una goccia d’acqua che ha bisogno di generosità e solidarietà per continuare a portare competenze e azioni concrete sul terreno!

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